Environmental Justice: breve storia del concetto di Giustizia Ambientale

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In varie occasioni abbiamo accennato al tema della Giustizia Ambientale. In questo contributo vorremmo approfondire questa tematica, a partire dalla storia dei movimenti statunitensi dell’Environmental Justice e dal contributo che le tematiche da essi portate avanti possono dare alle lotte ecologiste di tutto il mondo. L’aspetto che ci pare più interessante di questi fenomeni è infatti la loro capacità di fornire chiavi di lettura politiche delle forme di ingiustizia su base ambientale, chiavi di lettura che possono essere molto utili a coloro che sono impegnati in lotte sul territorio, soprattutto per evidenziare quei “nodi problematici” su cui si gioca una parte importante dei processi di mobilitazione.

1) La nascita dell’Environmental Justice Movement
Il riferimento alla giustizia ambientale inizia a divenire “popolare” durante alcune mobilitazioni negli Stati Uniti nate sull’onda dei movimenti controculturali e per i diritti civili degli anni ’60-’70. In questi movimenti le tematiche ecologiste erano state un elemento centrale ed avevano assunto molteplici forme e declinazioni; tuttavia, a differenza del contesto Europeo, queste esperienze non avevano dato vita a partiti politici “verdi”. Si era, in altre parole, lasciato che le istanze ambientaliste fossero un tema “della società civile” piuttosto che come tema caratterizzante la rappresentanza politico-istituzionale (Strassoldo 1993).

Nei primi anni ’80 il concetto di environmental justice (di seguito EJ) emerge da numerose lotte di minoranze discriminate (afroamericani, ispanici, popoli nativi) contro la concentrazione nei propri ambienti di vita di attività inquinanti quali industrie pericolose e discariche. Evento chiave nell’evoluzione di questo movimento per la giustizia ambientale è il conflitto nella contea di Warren (North Carolina), dove nel 1982 viene decisa la creazione di una discarica da 30.000 metri cubi di terreni contaminati da PCB (la più grande sino ad allora realizzata negli USA) nei pressi della località di Afton , abitata in prevalenza da popolazione di colore e con alti tassi di povertà. Questa scelta suscitò le proteste della popolazione locale, organizzata anche tramite l’appoggio dalle chiese protestanti e di varie personalità (avvocati, accademici, medici etc) impegnate sui temi delle discriminazioni. Le proteste nella contea di Warren portarono a numerosi blocchi stradali per impedire ai camion di trasportare le sostanze inquinanti nella discarica, durante i quali vennero arrestate centinaia di persone, le prime nella storia degli Stati Uniti ad essere incarcerate per essersi opposte alla realizzazione di una discarica (Bullard, 1990).

Le proteste non riuscirono a fermare la realizzazione della discarica, ma sollevarono (anche grazie all’appoggio di personalità religiose, culturali e politiche) il problema dell’intrinseco razzismo adottato nelle scelte di zoning di discariche e impianti altamente inquinanti.
Il nesso tra composizione razziale delle comunità e localizzazione sul suo territorio di fonti inquinanti, denunciato da varie associazioni cittadine, venne confermato da vari studi, sia livello locale/regionale che a livello nazionale; si evidenzia come “la razza sia il fattore più determinante nella localizzazione di una discarica, più determinante del valore delle case o del reddito dei residenti” (Bullard 1990). A questi studi si aggiungono numerose battaglie legali combattute da vari environmental justice advocates, il cui esponente più noto (grazie soprattutto al film Rapporto Pelican) è l’avvocatessa Erin Brockovich, protagonista della causa per il risarcimento dei danni provocati alla popolazione di Hinkley (California) dalle attività di uno stabilimento della Pacific Gas and Electric Company.

Tra i movimenti statunitensi per la giustizia ambientale si possono individuare due principali “correnti”, tra loro comunque strettamente legate e sovrapponibili (Bryant 1996; Bullard 1993): una è quella che può essere definita come antitoxics movement, la seconda è quella del razzismo ambientale. La differenza tra le due risiede essenzialmente nel fatto che la prima si concentra più sulla dimensione “di classe” dell’ingiustizia ambientale (che colpisce le persone in funzione del proprio ceto, reddito etc) mentre l’environmental racism si concentra sull’aspetto “razziale, etnico” delle comunità soggette ad ingiustizia ambientale (come le persone di colore o i nativi americani).
Queste lotte hanno avuto un notevole impatto sulle politiche e le normative statunitensi (Bullard, Johnson e Torres 2000); nel 1986 (anche in seguito al disastro di Bhopal del 1984) il governo USA approva la legge federale “Emergency Planning and Community Right-to-Know Act” che riconosce il diritto della cittadinanza ad essere informata dei rischi connessi alle attività produttive sul proprio territorio ed obbliga le aziende a rendere pubbliche le informazioni circa le sostanze chimiche che sono conservate, utilizzate e liberate in atmosfera. Nel 1992, sotto la presidenza di George H.W. Bush, viene istituito l’Office of Environmental Justice, in seno all’agenzia federale di protezione ambientale (U.S. Environmental Protection Agency -EPA). Due anni più tardi il presidente Clinton firma l’Executive Order 12898 (11 Febbraio 1994) nel quale si sollecitano i vari enti amministrativi federali e statali a tenere in considerazione i fattori ambientali come possibile elemento di discriminazione/esclusione. Questi seppur importanti riconoscimenti sono stati più formali che sostanziali, e sono stati in buona parte vanificati da scelte politiche successive (come quella di Jorge W. Bush di tagliare i fondi per l’Office of Environmental Justice, rendendolo di fatto inefficace, fino ad arrivare alle recenti follie negazioniste e anti-ecologiste di Donald Trump).


2] Cos’è la “giustizia” per i movimenti dell’Environmental Justice
Cosa intendono gli EJ movements quando parlano di giustizia ambientale? David Schlosberg propone una triplice risposta a questa domanda , in quanto questi movimenti “incarnano diverse concezioni di giustizia, anche in modo non esplicito” (Schlosberg, 2003, 78). Analizzando i movimenti statunitensi per la giustizia ambientale l’autore mostra come essi “tengano insieme” tre concezioni della giustizia (tra loro interconnesse): quella distributiva, e quella procedurale e quella del riconoscimento.

Molti degli studi, in particolare nelle scienze politiche, si sono a lungo concentrati sugli aspetti distributivi della giustizia, su di un’idea di giustizia come “una appropriata divisione dei vantaggi sociali” (Rawls 1971, 10); in queste interpretazioni “la giustizia […] è l’insieme delle regole che governano le nostre relazioni distributive” (Schlosberg, 2003, 79). Il limite di queste impostazioni è però quello di concentrarsi su principi universali di giustizia, sottovalutando il fatto che i principi di giustizia sono determinati storicamente e socialmente. Come sottolinea Walzer infatti “i principi di giustizia sono pluralisti di per sè […] differenti beni/servizi sociali dovrebbero essere distribuiti per diverse ragioni, in accordo con diverse procedure, da diversi soggetti; e tutte queste differenze derivano da una diversa concezione dei beni sociali stessi -che sono l’inevitabile prodotto di particolarismi storici e culturali” (Walzer, 1983, 6). Inoltre l’aspetto distributivo, seppur molto rilevante, non può essere l’unico aspetto su cui basare una definizione della giustizia.

Come evidenziato dagli studi sui nuovi movimenti sociali (Melucci 1997) molte rivendicazioni contemporanee riguardano tematiche connesse al riconoscimento. L’ingiustizia si evidenzia anche nell’assenza di riconoscimento dell’identità e della differenza, e ciò può avvenire in varie forme (discriminazione, persecuzioni, immagini distorte e/o stereotipate etc) accomunate dal fatto di incidere sulla rappresentazione che i soggetti hanno di sé attraverso la propria interazione con altri soggetti (Young 1990). Dal momento che nelle interazioni odierne gran parte di questo riconoscimento è “verificabile” nelle procedure di rappresentanza e partecipazione, le istituzioni pubbliche sono un elemento essenziale dei “claims for recognition” (Honneth 1995). Sull’onda di queste considerazioni Schlosberg (2003; 83) afferma che “una forma di risentimento cresce con il mancato riconoscimento, la privazione di potere e l’assenza di rispetto. Questo risentimento non è solo individuale o esistenziale, ma diviene un vero e proprio risentimento sociale. […] Il mancato riconoscimento è quindi una forma di ingiustizia culturale e istituzionale”.

Un terzo focus sul tema della giustizia è quello inerente gli aspetti procedurali, il cui nesso con i processi di riconoscimento/mancato riconoscimento è molto stretta. Young sostiene una visione dei
“processi decisionali democratici sia come elemento che come condizione di giustizia sociale”, in quanto essi costituiscono “regole e procedure attraverso le quali le decisioni vengono prese”(Young, 1990, 23). Questo aspetto è particolarmente rilevante nelle richieste di tipo partecipativo e di rappresentanza e, da un punto di vista politico, sul aspetto formale o sostanziale di queste.

Le rivendicazioni di EJ riguardano dunque queste tre principali dimensioni della giustizia simultaneamente.
 EJ come distribuzione: “qui la richiesta di EJ si focalizza su come la distribuzione dei rischi ambientali riflette le diseguaglianze socio-economiche e di status sociale” (Schlosberg 2003; 88). La povertà è centrale nelle ingiustizie distributive (in senso materiale ma anche politico e relazionale) ma lo sono anche le discriminazioni razziali, culturali e di genere.
 EJ come riconoscimento: la richiesta di riconoscimento è una delle domande/rivendicazioni più frequenti da parte dei movimenti ambientali, un riconoscimento di tipo culturale, identitario (come le popolazioni native americane o le culture rurali locali) ma anche il riconoscimento del danno/dell’ingiustizia subita, della validità “del sapere soggettivo, esperienziale delle comunità e degli attivisti di base” (Schlosberg 2003; 89).
 EJ come procedura. Il tema della partecipazione alle procedure è centrale nelle rivendicazioni di giustizia ambientale, poiché esse hanno tra i propri prioncipali obiettivi quello di ottenere “un posto al tavolo decisionale” (Anthony et al 1993) volto a garantire “una maggiore partecipazione locale nell’avvio e nel controllo delle decisioni ambientali.” (Schlosberg 2003; 93) nonché il diritto delle comunità danneggiate/coinvolte “a parlare per noi stessi” (Bullard e Alston 1990) specialmente a livello locale.

In uno scritto successivo Schlosberg integra il proprio modello con una quarta dimensione di giustizia che egli deriva dalle riflessioni di Sen e Nussbaum sul tema delle capabilities, intese come «le opportunità personali di fare ed essere ciò che si sceglie nel contesto di una determinata sociatà» (Schlosberg 2007, 30); il focus è quindi sulla capacità individuale/collettiva di agire per modificare il proprio contesto sociale, politico ed economico, ovvero sulle forme di potere/contropotere che si è in grado di esercitare in esso (Foucault 1977).
La capacità di riunire ed intrecciare le diverse declinazioni dell’idea di giustizia è secondo Schlosberg uno degli elementi che contraddistingue gli EJ movements, i quali “riconoscono come queste nozioni di giustizia siano correlate: si deve avere reale riconoscimento se si vuole una reale partecipazione al fine di raggiungere una reale equità; una maggiore equità facilita la partecipazione, il che porta ad un maggiore riconoscimento, e così via.” (2003, 98). Vi è da rilevare come Schlosberg si riferisca quasi esclusivamente al contesto statunitense, il che non rende tuttavia meno interessanti queste considerazioni anche al di là del contesto nordamericano. Infatti molte delle rivendicazioni avanzate dai movimenti per l’EJ negli Stati Uniti evidenziano tre principali tipologie di relazione tra ingiustizia ambientale e discriminazioni sociali, che hanno certamente aspetti d’interesse anche per contesti diversi da quello statunitense, vale a dire:
 il legame tra l’assenza di riconoscimento (dell’identità, dei diritti, dei danni e delle ingiustizie subiti) e l’ingiusta distribuzione di rischi ambientali;
 il legame tra l’assenza di riconoscimento e la mancata o limitata partecipazione politica dei vari soggetti;
 il legame tra diseguale distribuzione dei beni e servizi ecologici e diseguale distribuzione di esternalità ambientali.


3] Al di fuori della “culla americana”: internazionalizzazione dell’EJ
L’ampio panorama di ricerche ed elaborazioni teoriche riconducibili all’environmental justice framework studia, in sintesi, “le diverse modalità in cui l’ambiente e le differenze sociali sono interconnesse, e come le loro interzazioni creano problematiche di giustizia” (Walker 2012, 2). Questi studi si concentrano inizialmente intorno ai movimenti statunitensi a cui questi studiosi erano vicini (quando non direttamente coinvolti). Tuttavia le “parole d’ordine” della giustizia ambientale iniziano, soprattutto a partire dagli anni ’90, ad espandersi in altri contesti al di fuori degli USA. Ciò sia grazie alle opere di alcuni studiosi di queste lotte (come Robert Bullard e Bunyan Bryant) sia grazie al progressivo avvicinarsi ai temi dell’EJ di associazioni ambientaliste “professionalizzate” (come Sierra Club o Greenpeace) le quali contribuiscono, grazie anche ai nuovi media della comunicazione, alla diffusione internazionale di queste tematiche.

Questa “internazionalizzazione” dell’approccio EJ alle problematiche ecologiche avviene inizialmente per lo più nei paesi di lingua inglese e nei contesti fisicamente prossimi agli Stati Uniti (come quelli centro e sud americani). Tuttavia, come evidenzia Walker (2012) l’espressione EJ tende a tradursi in maniera sempre diversa nei vari contesti locali in cui essa viene utilizzato. La giustizia ambientale comincia così ad assumere un duplice significato:
 quello di movimento sociale per i diritti civili e contro il razzismo ambientale negli USA;
 quello di un insieme di movimenti che in varie parti del mondo prendono parte a lotte su temi ambientali. In questa prospettiva l’EJ si caratterizza come un master frame (Taylor 2000) che trascende le specificità dei singoli contesti locali in quanto “”situate e contestuali, basate sulle circostanze di tempo e di luogo” (Walker 2012; 11). L’espressione environmental justice viene in questa accezione applicata ai “movimenti spontanei e alle organizzazioni per la giustizia ambientale che si oppongono alle industrie estrattive e protestano contro l’inquinamento e i cambiamenti climatici” (Martinez-Alier et al., 2010) attivando diversi tipi di “conflitto ecologico distributivo” (Martinez Alier, 2009).

E’ soprattutto su questa seconda declinazione del termine EJ che si sviluppano quelli che verranno chiamati gli EJ movements in contesti non-statunitensi. Le tematiche sulla giustizia ambientale hanno avuto infatti uno sviluppo notevole nei paesi di quello che fino a pochi anni fa veniva chiamato “terzo mondo”. In particolare in Centro America (anche per “contiguità geografica” con gli Usa) si sono avuti interessanti sviluppi di questa tematica, sia in ambito accademico che , soprattutto, nei movimenti sociali di paesi come Messico, Guatemala, Nicaragua, Costa Rica, Honduras, Belize etc.
In America Latina le tematiche di giustizia ambientale sono state al centro di numerosi processi sociali (spesso conflittuali) che hanno portato anche a radicali trasformazioni politico-istituzionali (come in Bolivia o in Ecuador). Lo sviluppo di questa tematica in America Latina è un tema ampio e non lo si può che accennare in questa sede; vale però sottolineare come molte delle lotte ambientali, e dei claims of EJ in essi presenti, abbiano riscosso non poca attenzione presso vari movimenti e network “occidentali” (si pensi ad esempio ai vari network connessi a progetti di commercio “equo e solidale”, spesso esplicitamente ispirati a principi di giustizia ed equità sociale ed ecologica). Ulteriori e differenti sviluppi ha avuto questo paradigma in vari paesi asiatici (Taiwan, Sud Korea, Cina, Thailandia, Iran, Kazakhstan) ed africani (Namibia, Sud Africa, Tanzania, Nigeria, Congo-Brazaville).

Contestualmente alla sua espansione al di fuori del suo originario contesto nordamericano, l’approccio EJ si struttura, e per certi versi si “rafforza”, ibridandosi-contaminandosi anche con vari contributi provenienti da movimenti sociali ed ambiti accademici in vario modo “imparentati” con l’ecologia politica (ecological economics, geografia critica, sociologia dell’ambiente, storia ambientale, ecological urbanism, eco-marxismo, eco-anarchismo etc). Si creano inoltre numerosi network ambientalisti transnazionali (sia militanti che accademici) che si ispirano esplicitamente alla giustizia ambientale, come ad esempio Oil Watch, Mines and Communities, the International Rivers Network o the Mangrove Action (Martinez Alier 2009)

L’approccio dell’EJ si sta espandendo anche ai paesi europei (anche non di lingua inglese), trasformandosi considerevolmente rispetto al suo originario contesto “razziale” statunitense. Ciò non in quanto manchino in ambito europeo casi di razzismo ambientale (come documentato ad esempio nel caso delle popolazioni Rom da Stege e Filcak 2009), ma in virtù dei diversi contesti sociali, culturali e politici europei. In generale infatti nel contesto europeo l’approccio e le parole d’ordine dell’EJ si “integrano” non tanto con la rappresentanza partitica “verde”, quanto piuttosto con alcuni degli approcci più radicali alla decrescita (tra gli altri Martinez Alier, Latouche, Gorz) sostenuti da vari movimenti sociali in paesi come la Spagna, la Francia, la Germania e l’Italia, e che sono stati tra i protagonisti delle rivendicazioni e mobilitazioni del movimento altermundista di inizio millennio (come si evidenzia nei lavori, in particolare nel caso italiano, di autori come Andretta, Farro, Della Porta, Diani). Benchè non si possa parlare di un movimento per la giustizia ambientale vero e proprio in Europa (Walker 2012) vi è comunque da rilevare come si possa parlare di un’alleanza “de facto” in questi anni tra movimenti per la decrescita ed EJ movements (Martinez Alier 2012).


4] Analizzare il conflitto ambientale attraverso le rivendicazioni di Environmental Justice
Nello studio dei conflitti ambientali e dei loro attori l’approccio di EJ è ricco di spunti sia in senso descrittivo che in senso analitico; particolarmente utile dal nostro punto di vista è l’analisi delle rivendicazioni di giustizia ambientale (claims for EJ) che si evidenziano in tali fenomeni di mobilitazione.

Gordon Walker (2012; 39-76) propone un modello per l’analisi del processo di claim making che si articola attorno a tre elementi, Justice [4.1], Evidence [4.2] e Process [4.3]; «Ognuno di questi elementi, e le loro interrelazioni, devono essere compresi se vogliamo avere una dotazione completa di risorse per l’analisi critica delle istanze di rivendicazione, rivelando i significati, i valori e le ideologie espliciti e impliciti che sono al lavoro in tali processi.» (Ibid, 39).
Questi tre elementi interagiscono nel processo di claim-making in quanto:
• I claims in termini di “giustizia” ci dicono come le cose dovrebbero essere;
• I claims in termini di “prove” ci dicono come stanno le cose;
• I claims “about process” sono invece di tipo esplicativo/analitico, in quanto cercano di «identificare I processi attraverso cui le disuguaglianze e le ingiustizie sono prodotte e riprodotte» (Ibid 40), ci dicono, in altri termini, perchè le cose sono come sono.
Procedendo nell’analisi di questi tre elementi, Walker specifica come essi non siano necessariamente tutti presenti in un processo di claim-making, anche perché essi non sono posti in una specifica successione; ma si correlano tra loro in maniera diversa nei differenti processi.

[4.1] Per quanto riguarda l’analisi dei claims in termini di giustizia (Justice), vengono riprese ed approfondite le tipologie identificate da Schlosberg (2003). Innanzitutto la formulazione dei claims for justice in termini distributivi implica (per coloro che vi prendono parte) rispondere alle seguenti domande (Bell 2004):
Chi sono i beneficiari dell’environmental justice rivendicata?
Cosa viene distribuito?
In base a quale principio avviene tale distribuzione?
Diviene essenziale quindi, quando si studia la distribuzione di “benefici e danni ” ambientali, considerare come la distribuzione viene problematizzata dalle molteplici ed interconnesse differenze socio-territoriali in termini di vulnerabilità, necessità e responsabilità (Walker 2012). I claims for justice di natura procedurale si concentrano sui processi di produzione (politica) di situazioni percepite come ingiuste; in questo senso i claims procedurali riguardano sia l’accesso alle informazioni sulle condizioni dell’ambiente (e le modalità con cui esse sono prodotte) che la definizione di chi può partecipare (e come) ai processi di pianificazione territoriale. La varietà delle modalità in cui si esprimono le rivendicazioni di giustizia “come riconoscimento” evidenzia infine come le tematiche ambientali siano pervasive e trasversali a molteplici ambiti e contesti sociali (ed alle eventuali dinamiche di esclusione, discriminazione o mis-recognition che in essi si sviluppano).

[4.2] Nei processi di claim making su questioni di giustizia ambientale la produzione di prove (Evidence) è centrale: «prove di come stanno le cose, in particolare cosa c’è di diseguale e come questa disuguaglianza è vissuta e fronteggiata dai diversi gruppi sociali. E’ la combinazione di prove e rivendicazioni su ciò che costituisce giustizia e ingiustizia a costituire il cuore delle pratiche di rivendicazione di environmental justice» (Walker, 2012, 53). Le “prove” sulla diseguaglianza e/o ingiustizia ambientale non sono tuttavia un elemento “neutro”; esse sono costruite socialmente e riflettono specifiche visioni della realtà, e dunque anche determinate relazioni socio-politiche di potere nella definizione di “ciò che è verità”. Come evidenziato da Pellizzoni (2011), la produzione delle prove nei conflitti ambientali non è mai un fatto del tutto neutro, ed i saperi esperti a cui si demanda la produzione e la validazione di tali prove si mostrano spesso come strumenti utilizzati dai contendenti, piuttosto che come elemento “super partes” in grado di de-politicizzare le controversie. Le prove a sostegno dei claims di Ej avanzati da vari attori possono essere di tipo quantitativo e qualitativo, ma essi sono in entrambi i casi da problematizzare come costrutti politici (come il risultato di politics of evidence). Diviene quindi essenziale esaminare criticamente tali prove, domandandosi «da dove vengono queste prove e chi è coinvolto nella loro produzione?» (Walker 2012, 54) e ricordando che «produrre prove vuol dire fare errori, fare selezione e scelte, ed avere il potere e le risorse per farlo» (Ibid 55).

[4.3] Le pratiche di claim making inerenti i processi (Process) si focalizzano sulle dinamiche che producono e riproducono situazioni di ingiustizia ambientale. In altri termini questi claims si concentrano sulle cause , sul perchè le cose “sono come sono”. Questa tipologia di spiegazioni, estremamente variegate, vengono suddivise da Walker in due macro categorie, ovvero i contextual process claims (che si sviluppano su specifiche situazioni) e gli structural process claims (che si riferiscono a specifiche concezioni circa «come una società funziona, su come il potere è distribuito e su come effetti ambientali indesiderati sono la consequenza della strutturazione sistemica delle relazioni sociali» (Ibid, 64).
Il modello proposto da Walker per lo studio dei processi di claim-making è dunque particolarmente utile nell’analisi dei fenomeni di conflitto ambientale, in quanto esso tiene conto sia della natura complessa e multidimensionale delle diverse rivendicazioni avanzate in tali fenomeni, sia della parzialità “politica” delle prove a supporto di determinate rappresentazioni/descrizioni della realtà, nonché della processualità (mai statica e sempre dinamica) delle pratiche con cui entrambe (Justice and Evidence) vengono prodotte e riprodotte.


5] EJ nel contesto bresciano: alcuni spunti di analisi
Le chiavi di lettura dei conflitti ambientali proposte dai movimenti per l’environmental justice hanno, come abbiamo visto, un valore che va al di là del loro originario contesto statunitense.

In particolare, a nostro parere, sono utili strumenti concettuali come le diverse “declinazioni” che l’idea di EJ assume (evidenziate da Schlosberg) così come le diverse pratiche di rivendicazione portate avanti nei conflitti (il modello di claims-making proposto da Walker). Questi strumenti teorici infatti, se “applicati” su specifici casi di conflitto, hanno il pregio di evidenziare alcune questioni cruciali nei processi di mobilitazione, anche in contesti apparentemente inconfrontabili con quello statunitense. Ad esempio l’utilizzo dei concetti appena esposti ai casi di mobilitazione ecologista nella “nostra” Provincia aiuta ad evidenziare alcuni aspetti essenziali (ma non sempre esplicitati) della conflittualità ambientale nel territorio bresciano.

Le diverse concezioni di giustizia ambientale portate avanti dagli attori che agiscono nei conflitti (distributiva, del riconoscimento e procedurale) ci mostrano che:
A) La quasi totalità dei conflitti in questo territorio ha a che fare con il tema della diseguale distribuzione di carichi ambientali. Il caso delle discariche è emblematico in questo senso, se si considera che alcune zone della provincia di Brescia sono divenute degli autentici “distretti del rifiuto” (Ruzzenenti 2004), a causa della loro “sventura” di avere caratteristiche geomorfologiche “ideali” per realizzare discariche, ma anche e soprattutto per precise scelte di pianificazione territoriale ed economica a livello locale e regionale (Lonati 2014).

B) E’ proprio su quest’ultimo aspetto che si “attivano” le istanze di giustizia ambientale in termini procedurali. Questo essenzialmente per due motivi: il primo è contrastare decisioni illegittime, tecnicamente insensate o formalmente irregolari, come avvenuto in quei molteplici casi in cui gli attori ecologisti, in gran parte comitati spontanei di cittadini, si sono opposti alle decisioni delle amministrazioni pubbliche nei tribunali, oltre che “in piazza”. In secondo luogo, e più in generale, le istanze di Ej procedurale si attivano per rivendicare il diritto delle comunità ad avere un ruolo reale nelle scelte di pianificazione del proprio territorio, e non un mero ruolo di spettatore, come in molte delle procedure vigenti a livello regionale, come ad esempio con il meccanismo delle osservazioni in materia di autorizzazioni per cave, discariche ed impianti inquinanti (un meccanismo nel quale peraltro si evidenzia una sproporzione enorme tra i mezzi tecnici ed economici a disposizione dei diversi attori).

C) L’aspetto del riconoscimento assume quindi una valenza perlomeno triplice: 1) quella del riconoscimento del diseguale carico ambientale a cui sono sottoposte specifiche zone della provincia; 2) quella del riconoscimento dei danni subiti (passati, presenti e futuri) delle comunità territoriali ed in quest’ottica diviene una necessità imprescindibile porre il tema dei costi sociali al centro dell’azione politica dell’ecologismo dal basso (Meini 2015); 3) quella del riconoscimento delle comunità territoriali ad avere un reale potere decisionale sulle sorti del proprio contesto di vita, specialmente per quelle decisioni che hanno effetto socio-ambientali negativi, con elevati fattori di rischio ed imponderabilità, e con una ampia portata temporale.
Queste diverse dimensioni di giustizia si riflettono anche nelle diverse pratiche di rivendicazione portate avanti dagli attori dal basso che agiscono nei conflitti sul nostro territorio:
• la produzione di prove (come stanno le cose) delle ingiustizie ambientali subite diviene uno strumento essenziale di lotta, e ciò si evidenzia nelle molteplici pratiche di produzione di contro-sapere tecnicamente qualificato (spesso pagato di tasca propria) a sostegno delle proprie tesi, così come nelle pratiche di diffusione di dati, statistiche, inchieste e ricerche.
• Di questa produzione di prove si avvalgono le rivendicazioni di giustizia (come le cose dovrebbero essere) per chiedere conto ai decisori pubblici di conseguenze socio-ambientali negative; nel fare questo gli attori del conflitto ambientale concorrono (anche inconsapevolmente) a porre il “macro” tema del “costo sociale” dello sviluppo economico industriale bresciano, e della “storica” tolleranza del nostro contesto territoriale e sociale a farsi carico di forti impatti ambientali. Tale elevata “tolleranza alle nocività”, nel quadro della competizione neoliberista globale, diviene paradossalmente un elemento di competitività del contesto bresciano, specialmente in quei business ad alto impatto come la siderurgia da rottame, le attività estrattive (ed i connesso ciclo del cemento) o le gestione dei rifiuti (Lonati 2014).

 D) Tutto ciò porta ovviamente a processi di rivendicazione “sui processi decisionali” (sul perchè le cose sono come sono) e di come si arrivi a questo stato di cose, ovvero, nel caso bresciano: alle pianure sparse di “buche” (ex-cave), alle colline sventrate, alle campagne cementificate, alle acciaierie che punteggiano il territorio, alle innumerevoli discariche ed impianti di trattamento dei rifiuti, all’inceneritore più grande d’Europa in mezzo all’area urbana di Brescia etc.

Quanto detto sin qui implica il prendere in considerazione in modo ampio e radicale le interazioni e interconnessioni tra poteri pubblici (Stato, ministeri, autorità di controllo e polizia, regioni, provincie, comuni) e privati (lobbies del cemento, dei cavatori, della siderurgia “da rottame”, del business -legale e non- dei rifiuti etc) che agiscono nel contesto bresciano, e soprattutto in che maniera tali attori, esercitando il proprio potere, concorrono a determinare specifiche condizioni socio-ambientali. E’ proprio scavando in questa direzione che i movimenti locali che rivendicano (anche inconsapevolmente) giustizia ambientale concorrono a costituire forme di contro-potere ecologista dal basso. Un contro-potere che viene agito per rappresentare le istanze dei “portatori di costi” del territorio, piuttosto che i suoi “portatori di interessi”. Gli spunti e gli strumenti analitici offerti dai movimenti per l’environmental justice rappresentano in quest’ottica preziosi strumenti per diffondere consapevolezza politico-ecologica delle problematiche del territorio, una consapevolezza essenziale a far fare ai movimenti locali il “salto di qualità” come attore politico.


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