PROGETTO “IN CAMPO”: ALCUNI AGGIORNAMENTI.

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Sulle pagine di questa rivista e nell’attività della nostra associazione abbiamo sempre dato molto spazio alle questioni agricole. In particolare a ciò che fa riferimento alla cosiddetta “agro ecologia”, che oggi è diventata una parola utilizzata in diversi contesti. Da un lato, sta entrando prepotentemente nelle narrazioni mainstream, adoperata addirittura negli spot pubblicitari di qualche catena di supermercati per certificare la qualità dei propri prodotti in vendita. Dall’altro si sta istituzionalizzando, diventando così materia di studio universitaria: ad esempio, un corso di laurea in agro ecologia è stato aperto a Berkeley  presso l’Università della California, dove insegna Miguel Altieri, uno dei capostipiti di questa disciplina.

Quindi, ci pare legittimo chiederci a cosa ci riferiamo quando parliamo di agro ecologia? Letteralmente sta a significare l’applicazione dei principi ecologici alla produzione di alimenti, fibre, carburanti e, dunque, alla gestione sostenibile dei sistemi agricoli. Si tratta di una scienza applicata che nasce in profonda contrapposizione ai dettami dell’agricoltura industriale e alle pesanti ricadute ambientali che quest’ultima ha avuto negli ultimi decenni. Tra i propri fini ha quello di ricercare “forme di agricoltura più solide dal punto di vista ecologico, che siano al contempo biodiverse, resilienti, sostenibili e socialmente giuste”, rivitalizzando in primo luogo “la produttività dei sistemi di agricoltura su piccola scala”. Si tratta quindi di una scienza che adatta i propri principi generali alla moltitudine di sistemi agricoli che piccole aziende agricole e popolazioni indigene in tutto il mondo utilizzano per la soddisfazione dei propri bisogni alimentari e non solo. È bene precisare che agro ecologia non coincide con agricoltura biologica: sistemi agricoli biologici gestiti attraverso monocolture con un utilizzo di input biologici esterni non sono sistemi agro ecologici, perché non differiscono dal modello convenzionale agro-industriale e, fondamentalmente, ne seguono lo stesso paradigma, pur riducendone gli impatti.

Da alcuni anni, in collaborazione con la Cooperativa sociale La Rondine e la cooperativa Approdo, abbiamo dato vita ad un progetto di agricoltura sociale su un appezzamento di terreno di proprietà delle due cooperative. Il campo si trova tra i comuni di Bedizzole e Mazzano, nelle vicinanze del borgo di Pontenove in provincia di Brescia. Quest’estate, dopo diversi anni di sacrifici, siamo riusciti ad ottenere un finanziamento che finalmente può portare ad un cambio di passo per questo progetto. Con l’aiuto di un’altra associazione, Neaterra, che ha tra le sue finalità proprio la collaborazione in idee per la valorizzazione del territorio, abbiamo partecipato ad un bando col progetto “Co-produciamo agricoltura sociale”. L’idea alla base è quella di recuperare un vecchio sistema agricolo, quello della piantata o alberata padana, per rivitalizzarlo e adattarlo alle esigenza di sollievo e di cura degli utenti delle due cooperative.

La piantata è una delle forme tipiche dell’agricoltura promiscua che ha caratterizzato in maniera profonda il paesaggio agrario della zona. Con termini odierni classificheremmo questo modo di conduzione come un sistema agroforestale, ossia un sistema che prevede la coltivazione di specie arboree in consociazione a specie arbustive perenni e a seminativi o pascoli. Storicamente questo sistema si è evoluto per soddisfare le esigenze che riguardano il territorio, ossia la produzione per l’autoconsumo, la produzione foraggera destinata al bestiame, la produzione di prodotti destinati ai mercati urbani e la produzione di legname sia come fonte energetica sia come materiale di costruzione.

“Una densità di alberi per filari impressionante, a superare abbondantemente in alcuni casi il centinaio di unità, che se sommati alle altre piante site nel podere fanno pensare quasi alla presenza di un vero e proprio bosco mimetizzato fra le colture, ma che in lontananza doveva apparire come un nitido paesaggio forestale”.

Così viene descritto il paesaggio agrario della zona dallo storico locale Marcello Zane, facendo riferimento alla vita di una cascina di metà Ottocento, sita nel comune di Mazzano. Nemmeno le trasformazioni capitalistiche successive hanno modificato questo sistema, spingendolo verso la gelsi – bachicoltura. Solo a partire dal secondo dopoguerra, con la nascita dell’agro-industria e l’avvento della cosiddetta Rivoluzione Verde, si abbandona questo sistema agricolo giudicato ormai obsoleto e inadeguato a sostenere le sollecitazioni dei mercati internazionali. La piantata oggi è riscontrabile come residuo paesaggistico, sostituito dalle colture specializzate tipiche dei sistemi monoculturali.

“Residui” paesaggistici di piantata con viti maritate in Italia.

Chiaramente l’azione di recupero che vogliamo proporre rispetto a questo sistema agricolo non vuole essere di tipo museale o conservativo. Avrebbe poco senso oggi, se non quello della testimonianza storica, un recupero che segua pedissequamente gli schemi agronomici che hanno caratterizzato la piantata padana nella sua evoluzione storica. Non si tratta di riproporre campi “arativi moronati vitati”, ma di adattare questo sistema alle esigenze richieste oggi all’agricoltura moderna, dialogando con le moderne scienze agronomiche. Queste nuove esigenze richieste all’agricoltura le possiamo riassumere in:

* Sostenibilità ambientale

* Salubrità

* Solidarietà e inclusione sociale

* Tutela della biodiversità culturale (salvaguardia dei “paesaggi storici” e recupero di varianti locali ad alto “valore identitario”)

La dimensione della solidarietà e dell’inclusione sociale è il valore aggiunto di questo progetto, che si rivolge in primo luogo a disabili psichici o persone con patologie mentali. Oltre a voler creare occasioni ricreative e inclusive nei confronti di questi soggetti, l’idea è quella di provare a sperimentare pratiche di co-progettazione insieme alle persone coinvolte, per stimolarne le capacità partecipative, decisionali e di autodeterminazione. La scelta di recuperare questo modo “antico” di conduzione agricola non risponde, quindi, alla sola esigenza di ridare vita ad un metodo agricolo dall’alto valore paesaggistico e culturale. Ma possiede inoltre un forte valore simbolico: così come l’ambiente agricolo trae vantaggio dalla varietà e dalla compresenza simultanea di più specie differenti, nello stesso modo si vogliono provare a valorizzare le singole specificità di ciascun soggetto che si troverà coinvolto a realizzare questo progetto.  

Vista della pianura di Torreglia da Villa Algarotti (Colli Euganei, Padova), Mirabella, 1792.

Tornando su un piano più generale, l’agricoltura europea (e non solo) attraversa oggi una fase di profonda crisi e ci si interroga sulla necessità di modificare metodi e obbiettivi. Sostenibilità ambientale, multifunzionalità e sovranità alimentare rappresentano degli elementi imprescindibili per ripensare l’agricoltura del futuro. In questo senso la lezione che ci arriva da questo antico sistema di conduzione agricola può essere utile per indicarci la strada verso un’agricoltura del futuro rispettosa dei limiti fisici degli ecosistemi, ma capace di produrre cibo sano e equo per le comunità locali. In particolare numerosi studi scientifici hanno dimostrato che i sistemi agroforestali hanno una produttività complessiva superiore rispetto alla somme delle monocolture equivalenti; permettono di diversificare la produzione agricola; conciliano la produzione alimentare con quella della biomassa; contribuiscono a diminuire gli apporti di concimi, fitofarmaci, ecc.; permettono di aumentare la biodiversità direttamente e indirettamente; migliorano la fertilità dl suolo; proteggono il suolo dall’erosione e dall’inquinamento; migliorano la qualità dell’acqua; aumentano il carbonio stoccato nel sistema e migliorano il paesaggio. L’unico vero scoglio rispetto ad una loro capillare diffusione riguarda, appunto, la loro scarsa conciliabilità col mercato capitalista e con gli stili di vita ad esso connesso.

Per saperne di più sull’agroforestazione: https://www.youtube.com/watch?v=vF2jd8GDpro

BIBLIOGRAFIA

  • Altieri M., Nicholls C., Ponti L., Agroecologia. Sovranità alimentare e resilienza dei sistemi produttivi, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 2015.
  • Marcello Zane, “Moroni, cavedagne e filari in lodevole forma. Il mutare di un territorio nelle vicende della possessione Capriola durante il XIX secolo” in Daniele Montanari (a cura di), “Mazzano. Storia di una comunità, secoli XII-XX.
  • www.agroforestry.it
  • www.osservatorioagroecologia.it