Quale Petrolio? Riflessioni attorno al referendum

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quale petrolio

Pubblichiamo quest’articolo a seguito della presentazione del  documentario “Quale petrolio” di Andrea Legni, presentazione avvenuta tra l’altro a ridosso del referendum del 17 aprile sulla questione delle trivellazioni in mare.

Partiamo da una prima constatazione generale: a livello mondiale siamo ancora inseriti in un contesto di corsa frenetica alle fonti energetiche fossili. Questo avviene nonostante la conclamata crisi e insostenibilità di un modello di società basato sulle fonti energetiche fossili, nonostante le guerre neocoloniali che questa corsa continua a generare, nonostante gli impegni presi alla conferenza sul clima di Parigi dalla maggior parte delle potenze mondiali lo scorso dicembre. Questa avidità e scarsa lungimiranza nello sfruttamento delle risorse energetiche è senz’altro da ricondurre all’economia capitalista, energivora e consumista per paradigma.

C’è però un elemento in più da considerare, ossia l’incapacità del capitalismo a rigenerare e a riformare il proprio bisogno d’energia. Tale incapacità, oltre a sfatare un datato mito liberista, si configura nell’impossibilità di pensare un modello di società basato su un’energia  “equa, sostenibile e collettiva”: infatti il modello economico dominante ha realmente cercato di rinnovarsi e riformarsi, nel tentativo di uscire indenne dalla crisi economica contemporanea, solo apparentemente finanziaria, ma le cui basi sono appunto da ricercare proprio in questo rapporto predatorio con il territorio e le sue risorse.

Per fare alcuni esempi: si è sperimentata e, in alcuni paesi, percorsa massicciamente la strada dei bio-carburanti, con tutti i problemi relativi alla deforestazione e alla sottrazione di suolo per la produzione di alimenti; si è fatto ricorso alle sabbie bituminose e ai cosiddetti “gas sporchi”, la cui estrazione ha un impatto ambientale  enorme;  a Brescia, la nostra città, abbiamo un esempio lampante e controverso di produzione di energia dai rifiuti dato da uno dei più grandi inceneritori d’Europa; si sono studiate nuove tecniche di estrazione e/o di trivellazione, che, il più delle volte, si riducono ad essere semplicemente ricerche nel sottosuolo effettuate semplicemente a maggiori profondità

Questo rinnovarsi, al contrario di quel che pensavano i promotori di un millantato sviluppo ecologico o sostenibile, che vede ancor oggi nel progresso tecnologico la bacchetta magica e la panacea per risolvere tutti i problemi ambientali, non ha scalfito minimamente i dogmi di un modello economico carbon-based: il capitalismo è rimasto quello che era, ossia un modello economico elitario, distruttivo e predatorio nel rapporto con le risorse e, di conseguenza, violento e vessatorio nei confronti delle comunità interessate da questi processi estrattivi.

Tutto ciò conferma la costitutiva insostenibilità ambientale del modello energetico capitalista. Ma c’è un elemento in più, cioè il rapporto che esso va ad instaurare con le comunità locali evidenzia anche tutta la sua irrazionalità dal punto di vista economico. In questo senso le trivelle italiane ne sono un buon esempio: per il profitto immediato, infatti, si sacrificano risorse “a lungo termine” quali paesaggio, biodiversità, suolo, acque e tutte le connesse attività economiche, producendo inoltre costi sociali enormi.

Attorno al tema energetico si giocano dunque sfide fondamentali, che proviamo a raccogliere così:

  • la lotta contro la pretesa unicità del modello economico vigente (il modello unico), che procede sui suoi binari incapace di fare i conti con qualunque cosa sia da ostacolo o non si dimostri compatibile col suo percorso;
  • l’incapacità di riformarsi del capitalismo in senso ecologico;
  • il rifiuto delle retoriche legate alla “modernizzazione ecologica” e allo “sviluppo sostenibile” come percorso credibile verso un modello economico e sociale realmente sostenibile. In poche parole, bisogna prendere coscienza del fatto che la questione ambientale è da affrontare in termini politici e paradigmatici (ossia attraverso un governo democratico dell’economia e delle tecnologie);
  • l’irrazionalità economica dei processi produttivi ed estrattivi capitalistici, e, di conseguenza, la non scientificità delle analisi economiche mainstream, le quali astraggono i fattori materiali della creazione del profitto da una seria analisi costi/benefici di questi processi.

Per concludere, tornando a fare un riferimento al referendum, riteniamo che il voto favorevole ad esso rappresenti ben più che un fatto simbolico o aprioristico, bensì una vittoria di una razionalità realmente economica: che si rifiuti, quindi, di sprecare e svendere preziose (in quanto non rinnovabili) fonti energetiche, magari necessarie in un futuro di reale e drammatico bisogno; che cerchi di calcolare i reali costi dei processi estrattivi, monetari e non, sostenuti nel tempo dalle comunità locali a fronte di benefici privati immediati e non tangibili; che non abbia una fede cieca nella tecnologia e nello sviluppo ma che ne ri-conosca i limiti, la storia e la parzialità; che veda nella partecipazione dei cittadini alle politiche energetiche non “un po’ di sana democrazia” ma la condizione senza la quale qualunque alternativa per il futuro è destinata a fallire.

Quindi, ci permettiamo di dirlo, niente di più lontano dalle politiche economiche neo-liberiste del governo Renzi che perpetua un sistema che trae dalla scarsità una fonte di creazione di oligopolio e di profitto, e dall’incertezza una fonte di potere.

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