Alter-Nativi. Ridefinire il “locale” per cambiare la nostra relazione con il territorio

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La ricerca di modalità nuove di relazione con il nostro “territorio dell’abitare” si mostra con sempre maggior forza come la più pressante necessità del nostro tempo. Infatti, le sempre maggiori evidenze delle pessime condizioni socio-ambientali dei nostri territori, unite alla crescente attenzione della popolazione per le tematiche ecologiche, pongono problematiche non procrastinabili alla nostra capacità di immaginare e mettere in pratiche modalità nuove, differenti nell’uso che facciamo del nostro contesto di vita, della maniera in cui viviamo le relazioni simboliche e materiali con il nostro locale. La sfida è quindi quella di essere diversamene locali (alter nativi) in una dimensione sociale e spaziale in cui sempre più si sovrappongono la portata globale (per certi versi a-territoriale) dei metabolismi sociali ed economici del modello capitalista neoliberale, e la dimensione fortemente contestuale degli effetti sociali e ambientali di tali metabolismi. In tale scenario, peraltro, la difficoltà delle amministrazioni pubbliche nazionali, regionali e locali nell’attivare processi di policy è particolarmente evidente, e ciò sottolinea con forza la necessità di attivazione “dal basso” di processi di costruzione di modalità alter-native di uso del territorio.
A tal fine diviene particolarmente importante la riflessione sul concetto di “locale”, e delle chiavi di lettura sociali, politiche e ambientali che si adottano nell’approcciarsi ai diversi contesti territoriali.

La rilevanza odierna della dimensione territoriale “locale” (che sempre più coincide con quella urbana)

Il contesto socio-spaziale in cui si sostanziano gli effetti ambientali indesiderati del modello capitalista, e che sono all’origine delle problematiche ecologiche (e dei connessi conflitti socio-ambientali), è per eccellenza quello “locale”. Tuttavia in un contesto come quello odierno, in cui le relazioni spazio temporali sono sottoposte a processi di contrazione e dis-locazione (Giddens 1990) che le modificano profondamente, anche il concetto di locale deve essere ridefinito e problematizzato. Come argomenta Giddens, infatti, tra le “conseguenze delle modernità” si evidenziano processi di separazione tra tempo e spazio, di disgregazione dei sistemi sociali e di riordinamento riflessivo dei rapporti sociali in cui

“si altera […] il tessuto stesso dell’esperienza spaziale, coniugando prossimità e distanza secondo modelli che hanno poche analogie con le epoche passate”

(Giddens 1990, 138)

Il locale «sta a designare l’ambito spaziale entro cui si svolgono le interazioni sociali di una data popolazione» (Crosta 2010, 109); il “locale” è quindi uno spazio fisico, ma anche il prodotto (il costrutto) di processi d’interazione sociale. Dal momento che i processi contemporanei di globalizzazione rendono le interazioni sociali sempre più plurali e complesse, si evidenzia come sia impossibile separare le dinamiche locali da quelle “globali” (Bagnasco, 1994). In tale prospettiva il ricorso alla dimensione analitica del glocale (Bauman 2005) aiuta a cogliere quella strutturale connessione contemporanea tra locale e globale, che rende “incomplete” (Crosta 2010) le analisidi tipo socio-politico focalizzate esclusivamente sul contesto “locale” (comunque lo si definisca). Le questioni ambientali, data la loro pervasività sia spaziale che temporale, sono in questo senso temi pienamente glocali, e quindi da inquadrare in una prospettiva “multiscalare”, sia dal punto di vista socio-politico che geografico e territoriale, sul modello indicato da vari contributi di political ecology (Robbins 2004). La dimensione locale è però particolarmente rilevante in quanto «il locale è per eccellenza il luogo di comprensione della realtà per individui e gruppi sociali» (Davico, Mela, Staricco, 2009; 35). E’ dunque nel vari “contesti locali” (al plurale, ovvero in quei contesti costruiti socialmente come “locale” dai diversi attori) che si possono cogliere gli effetti dei processi connessi alla crisi ecologica contemporanea. Detto in altri termini, e parafrasando Schon (1979), è nella dimensione locale che i soggetti sono alle prese con la «concrete, sensory experience» delle problematiche ambientali globali, ovvero delle conseguenze indesiderate e/o impreviste delle pratiche antropiche di relazione (d’uso) con beni e servizi ambientali che sono proprie del vigente modello capitalista-neoliberale.

La riflessione sulla dimensione locale si lega strettamente a quella sul territorio, la cui definizione (che è un “costrutto strategico” -Crosta 2010) è centrale nei processi di policy locale-regioanle, e dei connessi fenomeni di conflitto ambiental, in quanto in essi si attua una costante ri-definizione spaziale del territorio, del locale, dell’ambiente che “fa problema”.

Nella modernità il territorio è stato oggetto di «un gigantesco processo di rimozione, marginalizzazione, degrado e decontestualizzazione dei luoghi, dei paesaggi, degli ambienti di vita» (Società Dei Territorialisti; 2011, 2). Le pratiche d’uso del territorio sviluppatesi sulla base di tale processo sono state orientate dal modello socio-culturale che ha guidato lo sviluppo moderno, ovvero quello della “società delle macchine” «in cui l’ambiente insediativo trovava la sua autoreferenzialità nell’organizzazione della razionalità di relazioni fra funzioni antropiche […]; l’ambiente, il territorio erano ridotti a meri supporti di funzioni antropiche» (Magnaghi 2001,1-2)

L’astrazione dal contesto e lo “spezzettamento” delle discipline che si occupano del territorioha portato a perderne di vista la costitutiva complessità, il suo essere luogo, paesaggio, contesto di interazione delle popolazioni locali, ovvero come “base” materiale e simbolica delle attività umane. Al contrario, come sostengono gli approcci di tipo territorialista, il territorio deve essere considerato come il prodotto storico di processi coevolutivi tra ambiente e pratiche insediative umane, processi che«producono un insieme di luoghi dotati di profondità temporale, di identità, di caratteri tipologici, di individualità:dunque sistemi viventi ad alta complessità» (Giangrande, 2007, 2). Le peculiarità dei luoghi e dei territori che sono stati però in gran parte semplificati ed omologati dai paradigmi dominanti nell’economia, la quale «ha cessato da tempo di essere una scienza sociale […] è diventata una “tecnologia della crescita”»(Manifesto della società dei territorialisti, 2011, 1).

Nei paradigmi economico-politici dominati infatti «il territorio diviene suolo, supporto inanimato di attività, il luogo diviene spazio geometrico, euclideo, economico; l’ambiente è vissuto come un limite da superare con tecnologie costruttive industriali, climatizzazioni artificiali, canalizzazione di fiumi e così via; le identità sociali, culturali locali sono trattate come resistenze premoderne ai processi di omologazione dettati dalla globalizzazione economica» (Magnaghi 2001,2).

Questo tipo di atteggiamento si riflette anche nei processi con cui l’economia “mette a produzione-profitto” le problematiche ambientali prodotte dallo sviluppo industriale capitalista. Infatti «con l’incorporazione delle “funzioni di danno ecologico” nelle funzioni di produzione, l’applicazione del concetto di capitale naturale e gli strumenti economici per la gestione ambientale, si tenta di internalizzare nel processo economico le esternalità ambientali; non si mette in discussione però l’edificio paradigmatico dell’economia neoclassica. […] L’economia neoclassica ha risposto alla questione ambientale con i concetti di capitale naturale, “massimo rendimento sostenibile” o “massima capacità di sfruttamento” delle risorse naturali nella costruzione di una nuova economia ambientale»(Leff, 2009, 236-238, traduzione mia) che ha nel territorio uno dei suoi ambiti privilegiati di creazione di valore, attraverso nuove forme di enclosures e dispossession (Harvey 2010) nonché di mercificazione dei beni e dei servizi ambientali (McCarthy e Prudham 2004).

Inoltre, con l’intensificarsi dei processi di globalizzazione (economica, ma anche sociale e politica), il legame costitutivo tra contesti spaziali-territoriali e forme del politico (Schmitt 1991) viene ridefinito, caratterizzandosi come una nuova linea di frattura socio-politica «tra la dimensione sempre più globalizzata della relazione sociale e la natura ancora in gran parte nazionale delle istituzioni politiche» (Caruso 2010, 20). Nei processi di globalizzazione il rapporto tra politica e territorio viene tuttavia ridefinito in maniera ambigua; infatti «legando i singoli territori alle reti della finanza e della comunicazione globale e portandoli a modellare politiche e risorse locali in funzione dell’attrattività che possono avere per il capitale privato, la globalizzazione produce sia un effetto di de-territorializzazione, di despazializzazione dell’esperienza e del rapporto tra territorio e politiche economiche, che un effetto di ri-territorializzazione, e cioè di ridefinizione politica del territorio» (Caruso 2010, 22, corsivo mio). E’ nel quadro di questa ambiguità che si colloca la natura locale di molti attori protagonisti dei fenomeni odierni di mobilitazione socio politica, ovvero il loro contemporaneo radicamento nel proprio contesto locale-territoriale da un lato, e la consapevolezza della globalità dei processi dall’altro (sul modello del motto, fatto proprio da molti movimenti sociali e ONG, del “pensare globalmente, agire localmente”).

Molti dei principali processi decisionali contemporanei (e delle relazioni di potere che in essi si esprimono) si svolgono in contesti non spaziali (Bauman 2005), ma è nei diversi contesti locali che essi sostanziano i propri effetti. «Nel nostro mondo sempre più globalizzato, dove il potere va separandosi dalla politica e dove i fattori cruciali che determinano le condizioni in cui gli individui conducono la loro vita non sono più controllati e neppure tenuti a freno dalle sole forze di azione collettiva scoperte o inventate nella storia della democrazia moderna» (Bauman 2004, 35). Questi processi segnano una «crisi della spazialità politica moderna incentrata sullo stato nazione» (Caruso, 2010,24), in quanto viene ne indebolita e delegittimatala pretesa di monopolio decisionale e controllo territoriale.

In questo quadro, e per di più nell’attuale fase di crisi del capitalismo neoliberista (dovuta alla propria insostenibilità ecologica, sociale ed economica) i diversi processi di “ritorno al territorio” (anche in senso di una sua ridefinizione come oggetto politico) indicano l’accrescersi di una domanda di cambiamento nelle forme di relazione d’uso con il territorio; una domanda che tarda a ricevere risposta da parte delle istituzioni, ma che è rintracciabile nello sviluppo di varie forme di quella che Magnaghi chiama “coscienza di luogo” (2001), e che sono alla base dei molteplici fenomeni di attivazione. Il contesto locale diviene così una dimensione socio-spaziale sempre più rilevante per la mobilitazione ed il conflitto politici odierni, ed il territoriosi pone «come uno dei luoghi privilegiati dell’azione collettiva contemporanea» (Caruso 2010, 21)

Un locale ed un territorio sempre più “urbani”

La dimensione locale-territoriale, tende oggi sempre più a coincidere con quella urbana, ovvero con il luogo dove risiede la maggior parte della popolazione odierna, specialmente nei paesi del “nord” del mondo (Bettini 2004). La crescita e la trasformazione delle aree urbane ha inoltre modificato le “tradizionali” rappresentazioni spaziali; fino a tempi relativamente recenti infatti la dimensione “urbana” coincideva con le “città”, che potevano essere generalmente descritte come concentrazioni di popolazione strutturate attorno ad un “centro” al di fuori del quale si sviluppava la “periferia” e quindi la “campagna” (fino a raggiungere nuove città). Oggi tuttavia si evidenziano sempre più i segnali di una crisi cognitiva e operativa di questo tipo di rappresentazione dello spazio e dei modelli di uso e governo del territorio; la difficoltà nel chiamare ancora “città” gli odierni agglomerati urbani (Friedmann 2002) si evidenzia nella creazione di termini quali città diffusa, città dispersa, città infinita, regione urbana (etc) per definire le nuove fenomenologie spaziali odierne.

urbanizzazione

I contesti urbani hanno un ruolo centrale nelle problematiche ambientali; nella dimensione urbana infatti, oltre che la maggior parte della popolazione odierna, si concentrano le principali pratiche umane all’origine della crisi ecologica odierna; nella città infatti “si produce la maggior parte delle emissioni, dei rifiuti, dei materiali inquinanti e si consuma la maggiore quota dell’energia” (Camagni 1996; 14). Questa centralità dei contesti urbani venne sottolineata anche dalla conferenza ONU di Rio de Janeiro del 1992, nella quale venne indicata, tra le strategie per contrastare le problematiche ambientali contemporanee, la priorità di “concentrare sforzi importanti proprio alla scala locale, in particolare a quella urbana” (Davico, Mela, Staricco, 2009, 37). Questo contesto locale urbano-territoriale è anche uno degli ambiti (e dei temi) su cui si sviluppano molti dei conflitti ambientali odierni. (ad esempio su consumo di suolo, viabilità cittadina, esposizione all’inquinamento, richiesta di verde pubblico, qualità di vita negli spazi urbani etc.).

Se il locale è sempre più un locale “urbano”, in quanto sempre più urbano è il “territorio dell’abitare” dei soggetti, le tematiche ambientali divengono sempre più una questione di ecologia urbana (Bettini, 2004). Il conflitto ambientale odierno ha dunque per oggetto e per contesto un territorio post-metropolitano (Balducci, 2012) sempre più plurale ed itinerante poichè plurali e itineranti sono le pratiche dei soggetti che “usando” tale territorio lo costruiscono socialmente (Crosta 2010).

Questo tipo di considerazioni sono particolarmente rilevanti in un contesto come quello italiano, specialmente nel nord Italia, in quella sorta di “città continua”, estesa dal Piemonte al Veneto, che è oggi la Pianura Padana. Come evidenzia infatti il Ministero dell’agricoltura «la Pianura padana, ovvero l’area agricola più vasta e produttiva della penisola italiana, ha una percentuale media di superfici edificate pari al 16,4% del territorio […] con i picchi maggiori tra i Comuni di Lombardia e Veneto »(Ministero dell’agricoltura 2012, 13).

E’ in territori come questi, dove i comuni hanno una cementificazione più che doppia della media nazionale ed in cui la distinzione tra urbano e ed extra-urbano sfuma in una indefinito macro-territorio periurbano, che molteplici processi di attivazione ambientalista locale si sovrappongono a pratiche di ridefinizione e uso alternativo del territorio (Lonati 2012). Queste ultime sono enormemente variegate, e spaziano dalla pratica di nuove modalità di “cura” del territorio da parte della cittadinanza (Lonati 2013) alla creazione di nuove forme di economia “altra” (Saleri e Lonati 2015), ovvero di modelli produttivi e di consumo orientati ai principi della sostenibilità e della decrescita, piuttosto che a quelli della crescita e dell’accumulazione aggressiva.

È in questa combinazione di pratiche di “ecologismo popolare” (Martinez Alier 2009) e processi di “ritorno alter-nativo al territorio” che si sviluppano molteplici esperienze contemporanee di nuova razionalità ambientale e di riscoperta/ri-elaborazione di saperi locali; ed è nello “spazio” sociale e politico disegnato da queste esperienze che possiamo trovare gran parte delle risorse necessarie allo sviluppo di nuovi modi di vivere il nostro locale.

Bibliografia

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