Disorientamento e crisi ecologica globale

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Crisi ecologica globale: la grande sfida del nostro tempo

crisi ecologica globale

Le problematiche ambientali-ecologiche ricevono oggi, con il loro progressivo, inesorabile, aggravarsi, un’attenzione crescente da parte di istituzioni politiche ed economiche, nonché di opinioni pubbliche locali, nazionali e globali. Nell’odierno contesto di crisi dei paradigmi orientativi, e del disorientamento che ne consegue, un ruolo importante è giocato da tali tematiche, che problematizzano la grande sfida del nostro tempo: la crisi ecologica globale.

Crisi ecologica è un’espressione dai molteplici significati: essa viene spesso utilizzata per indicare situazioni di “disastro ecologico” (ad esempio la perdita in mare del greggio di una petroliera); la crisi in tale accezione è intesa come situazione emergenziale contingente, spazialmente localizzata e temporalmente definita. In altri casi la crisi ecologica viene presentata solo in riferimento ad alcuni suoi aspetti, come ad esempio il surriscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacciai, il rischio di estinzione di alcune specie animali (etc); in questi casi lacrisi ecologica è soggetta ad una riduzione di complessità che si focalizza su alcuni aspetti, lasciandone in secondo piano altri. In questa sede il termine crisi ecologica viene utilizzato in senso più ampio, in riferimento ad un insieme complesso di più fenomeni interconnessi, accomunati dal fatto di essere causati, in parte o del tutto, da attività umane.

Diversamente da altre crisi contemporanee, inerenti le poliedriche concezioni della modernità (modernità riflessiva, post-modernità etc) come rappresentanza, identità, finanza, paradigmi etico-morali etc, la crisi ecologica pone interrogativi e sfide ineludibili, in quanto essa, in ultima sintesi, mette a rischio le basi biologiche stesse della vita umana sulla terra, perlomeno nella forma che essa è venuta ad assumere in migliaia d’anni d’evoluzione. Crisi idrica, cambiamento climatico, incalcolabilità del grado di resilienza (capacità di tornare ad uno stato d’equilibrio) degli ecosistemi danneggiati, desertificazione, dissesto idrogeologico, perdita della biodiversità, calo delle riserve ittiche, crisi del modello energetico basato sulle fonti fossili (sia per i danni da esso causati sia per l’esaurimento dei giacimenti), crisi demografica (etc.) sono in quest’ottica i diversi sintomi, declinabili con innumerevoli sfumature, d’una medesima patologia: il carattere distruttivo delle relazioni umanità-natura, estremizzate dalla modernità, ed imposte a livello globale dall’espansione del modello di produzione capitalistico.

Le pratiche di sfruttamento dell’ambiente, in base alla logica della crescita capitalistica (che intende la natura come capitale naturale), si sono nel tempo diversificate ed accresciute nella portata, nonché nella scala di applicazione, determinando una situazione di impatto antropico sul pianeta (sia effettivo che potenziale) inedita nella storia dell’umanità. Come nota l’economista e politologo messicano Enrique Leff:

Il capitale, nella sua espansione internazionale, si appropriò delle risorse dei differenti ecosistemi del pianeta; la loro abbondanza relativa durante i primi due secoli di accumulazione del capitale spiega perchè la ricerca non si orientó allo studio delle condizioni di preservazione e riproduzione delle risorse naturali.
Leff, 2007, pag. 146

I rischi prodotti dallo sviluppo industriale a partire dalla rivoluzione industriale sono stati “relegati” in una fase di latenza (appena visibile nei primi anni dello sviluppo moderno) che sempre più si sta esaurendo, evidenziando la misura in cui siano stati ecceduti i “limiti dello sviluppo”. Benché già dagli anni ’60 nel 1962 con la pubblicazione di Silent Spring di R. Carson si fosse iniziato a dibattere delle trasformazioni, in gran parte irreversibili, prodotte dalle attività umane sugli ecosistemi, è a partire dagli anni ’90 che l’attenzione alle problematiche ambientali assume ampie proporzioni tra le opinioni pubbliche (De Marchi, Pellizzoni, Ungaro, 2001) anche dei paesi meno (capitalisticamente) sviluppati. Ciò in quanto i rischi prodotti dall’industrialismo, esaurendo la propria fase di latenza, ci proiettano i in una “società del rischio” (Beck, 1986) nella quale si creano fenomeni ansiologici e di spaesamento di fronte alle problematiche ambientali, ma in cui si alimentano anche processi di ridefinizione della relazione uomo natura. Nell’attuale fase riflessiva della modernità (Beck, 1986), la razionalità scientifica che ha “guidato” lo sviluppo capitalistico sempre più constata gli effetti della propria applicazione sull’ambiente, specialmente quelli non previsti e/o indesiderabili (Hirschman, 1975), ponendosi la sfida d’uno sviluppo tecnologico-scientifico che consideri sè stesso come problematico, e che sia suscettibile di forme di “governo sociale” (Commoner, 1990). La modernità quindi sempre più interroga sè stessa circa i rischi ed i danni prodotti sull’ambiente dall’applicazione della tecnologia ai fini della “messa a produzione” della natura, e ciò costituisce

Una de-monopolizzazione delle pretese di conoscenza scientifica. La scienza diventa sempre più necessaria, ma nello stesso tempo meno sufficiente per la definizione socialmente vincolante della verità.
(Beck, 1986, pag 221)

Le conseguenze indesiderate dello sviluppo industriale pongono inoltre la problematica della definizione del rischio e della quantificazione del danno. Tali attività coinvolgono un’ampia gamma di attori, ognuno dei quali propone una propria definizione, gerarchizzazione e quantificazione del rischio, facendo ad essa spesso seguire una propria “ricetta” per la soluzione di ciò che è stato definito “fare problema” dal punto di vista ecologico; tale definizione è problematica, strategica, e quindi spesso conflittuale.

Una delle conseguenze derivanti dalla progressiva settorializzazione dei campi scientifici che definiscono i rischi, è un moltiplicarsi delle loro definizioni che si contendono “il primato della gravità” (Beck, 1986). Nelle situazioni di controversia su questioni inerenti ambiente, territorio, il paesaggio (etc), il sapere degli esperti passa da “neutrale” (se mai lo è stato) a “partigiano” (Pellizzoni 2011), una volta che esso diviene strumento di legittimazione delle diverse posizioni, entrando pienamente nell’arena conflittuale. Ad esempio, per quanto riguarda il global warming, tale situazione ha originato una “guerra” nella definizione dei pericoli connessi al cambiamento climatico, combattuta a colpi di “dati inconfutabili” ed “evidenze scientifiche”, tra i diversi potentati economico-scientifici. Come già avvenuto per l’energia atomica, per i pesticidi utilizzati in agricoltura e per gli effetti dannosi del tabacco, vari grandi gruppi d’interesse hanno investito enormi risorse economiche in campagne mediatiche volte a promuovere su tali temi posizioni a loro favorevoli presso l’opinione pubblica (spesso associate ad operazioni di promozione dell’immagine dell’azienda come “attenta” all’ambiente), in contrapposizione agli studi che indicano nel modello economico industriale il principale responsabile della crisi ecologica. Le diverse-contrapposte expertise possono in vario modo interagire ed eventualmente collaborare (Collins-Evans, 2002), ma la natura stessa dei valori incommensurabili (Martinez Alier, 2009) in gioco (salute, qualità della vita, futuro delle prossime generazioni, etc) rendono queste controversie trans-scientifiche (Weinberg 1972) in quanto ci troviamo di fronte a problemi la cui definizione dipende dalla scienza, ma alle quali quest’ultima non può da sola porre rimedio.

L’acuirsi degli effetti negativi/indesiderabili dello sviluppo industriale e tecnologico, ha progressivamente esteso l’attenzione verso le problematiche ecologiche a settori sempre più ampi delle società odierne, ponendo interrogativi radicali sulla relazione della nostra specie con il pianeta. L’ambiente in questo senso si viene a costruire come un masterframe, ovvero come

Un fenomeno che modifica in profondità riferimenti culturali e criteri di giudizio e che funge da modello per eventi successivi.
(Pellizzoni-Osti, 2003, pag. 135).

Disorientamento ecologico; la necessità d’una razionalità ambientale

crisi ecologica globale

Le tematiche identificabili come ecologiche sono dunque molteplici e coinvolgono svariati ambiti, sociali, culturali, disciplinari, anche molto distanti tra loro. La massiccia letteratura che si è sviluppata su queste tematiche, in svariate direzioni, e seppur nelle più radicali contrapposizioni, èconcorde perlomeno su di un fatto: il nostro pianeta ha subito trasformazioni derivanti dalla presenza umana. Quanto queste trasformazioni influiscano (ed influiranno) su quegli equilibri, che sono le condizioni indispensabili per la vita della specie umana, è tema alquanto controverso, così come lo è il cosa si debba fare (se lo si è in grado e/o lo si voglia fare) per contenere, gestire, riparare gli effetti dannosi di tali trasformazioni. In altre parole, la constatazione della crisi ecologica implica la necessità di elaborare paradigmi nuovi nell’azione/relazione dell’uomo con la natura; la difficoltà nel rispondere a questo “che fare?” “ecologico” provoca un peculiare fenomeno di disorientamento, in quanto l’accuirsi delle problematiche ambientali (e la crescente attenzione-preoccupazione-conflittualità attorno ad esse) mette in discussione in maniera sempre più radicale molte delle basi stesse della modernità, in primis il primato di quelle scienze “ufficiali” che la modernità aveva elevato a unica voce credibile nella definizione delle dimensioni di rischio-sicurezza, nocivo-sano, sostenibile-insostenibile (etc).

La pluralità di saperi (sia ufficiali che autoprodotti) che si contraddicono e smentiscono a vicenda, la messa in discussione del primato della scienza, nonché l’accrescersi degli elementi di possibilità e magnitudo del rischio ambientale (De Marchi, Pellizzoni, Ungaro 2001), producono un disorientamento che potremmo definire ecologico, nella misura in cui, benchè consci delle sfide poste dalla crisi ecologica, stentiamo nell’elaborazione di modelli altri di relazione con la natura.

La crisi ambientale è la crisi dell’effetto della conoscenza sul mondo
(Leff, 2009, pag.9)

e ci mostra come fosse illusoria la pretesa di controllo e dominio umano sulla natura (Bookchin, 1988). La crisi del “modello illuministico” (Irwin, 1995) mette sotto una nuova prospettiva gli svariati fenomeni di resistenza controculturale allo strumentalismo che ha dominato la cultura moderna nella sua relazione con la natura (Eder, 1990).

Questo disorientamento di fronte alla perdita di fiducia nei confronti della scienza, a cui si sommano i fenomeni di sfiducia verso i modelli di partecipazione e rappresentanza occidentali (Rosanvallon, 2006), lascia un “vuoto” che apre nuovi spazi per la valorizzazione e riscoperta di saperi che la scienze accreditate avevano relegato spesso al campo della superstizione, dell’arretratezza, dell’irrazionalità. Saperi locali, spesso contenuti in pratiche tradizionali, narrazioni collettive, leggende popolari, pratiche comunitarie, che sono stati (specie nel mondo occidentale) spesso sacrificati sull’altare del progresso e dello sviluppo , in particolare a partire dalla rivoluzione industriale, vengono rivalutati e riconsiderati da pratiche di scienza post-normale (Funtowicz-Ravetz 1993), una conoscenza, cioè, che non si consideri più l’unica, ma una tra le tante forme di conoscenza della natura. Il rapporto delle comunità locali con il proprio ambiente di vita, che è espressione delle pratiche d’uso del territorio (Crosta), è stato modificato radicalmente attraverso politiche di imperialismo urbano (Vasapollo, 2011) che hanno minato quel rapporto rurale con la terra (e le pratiche in cui si sostanziava) che erano incompatibili con l’agricoltura industrializzatanecessaria al capitalismo. Ciononostante

La questione ambientale emerge da una problematica economica, sociale, politica, ecologica, come una nuova visione del mondo che trasforma i paradigmi della conoscenza teorica e i saperi pratici
(Leff 2009 pag.232)

aprendo possibilità nuove per l’affermazione di un sapere altro, che propone paradigmi di applicazione del sapere alla produzione differenti; un sapere che

Non emerge dallo sviluppo normale ed interno alle scienze, ma dalla messa in discussione della razionalità dominante.(…) L’irruzione del sapere ambientale è un effetto della saturazione dei processi di razionalizzazione della modernità.
(Ibid, pag 233).

Questo sapere ambientale stabilisce una complessa dialettica tra realtà sociale e conoscenza; è un sapere che si sviluppa sotto una duplice spinta: da un lato la crisi ambientale che impone un ripensamento della razionalità sociale dominante; dall’altro una razionalità sociale altra, che si pone differenti obiettivi e valori di riferimento.

La riscoperta-rivalorizzazione di saperi e pratiche locali e tradizionali non deve però cadere in nostalgie tradizionaliste e localiste, ma deve piuttosto far interagire le expertise riflessive (consapevoli quindi dei propri limiti) nell’elaborazione di nuovi modelli di relazione uomo-natura , che invertano il processo umano di riduzione della “complessità biotica raggiunta in lunghe ere di evoluzione organica” (Bookchin, 1988, pag. 81). Il dibattito sulle varie concezioni di “sostenibilità” è in questo senso

Il segno della crisi di un’epoca che si interroga sulle origini del suo emergere almomento attuale e sulle sue proiezioni per un possibile futuro, che porta alla costruzione di unarazionalità alternativa
(Leff, 2009 pag. 243).

Tale razionalità si basa sull’incontro di due categorie di saperi: quello locale tradizionale, che emerge dalla storia della relazione (d’uso) dellecomunità locali con il proprio territorio, e quello strategico-strumentale (Habermas, 1986), che emerge dalla storia della scienza moderna.

La convinzione di chi scrive è che non si possano dare risposte adeguate alle sfide poste dalla crisi ecologica globale senza una compiuta, per quanto complessa, pratica riflessiva (Beck, 1986) che problematizzi la relazione uomo-natura a fronte delle conseguenze disatrose della relazione predatoria-dominatrice del capitalismo industriale con l’ambiente. Tale pratica riflessiva non può però essere orientata da mitologie primitivistiche (à la Zerzan, 1999), ma piuttosto da una radicale ecologia sociale (Bookchin, 1988) che ri-orienti lo sviluppo scientifico-tecnologico ad una riappropriazione sociale della natura (Leff, 2009). I fenomeni di disorientamento ecologico quindi, piuttosto che la definitiva delegittimazione delle pretese di validità universale delle expertise accreditate, rappresentano la sfida per riformularne i paradigmi d’azione, la spinta ad un’ulteriore e diversa modernizzazione; si tratta, in altre parole, di cogliere, e sviluppare, le indicazioni e gli spunti emergenti da pratiche di razionalità ambientale (Leff, 2009).

Bibliografia

  • Beck, U. (1986), Risikogesellschaft; edizione italiana La società del rischio, 2001, Roma, Carocci
  • Bookchin, M. (1988), Ecologia della libertà, Milano, Elèuthera
  • Buncombe, A. (2005) “Revelan conjura de Exxon mobil y Bush”, in La Jornada del 8 dicembre 2005
  • Collins, H. e Evans, R. (2002), “The Third wave of science studies. Studies of expertise and axperience”, in Social Studies of Science, 32, 2, pp. 235-296
  • Commoner, B. (1990), Making Peace with the planet, New York, Pantheon Books
  • Crosta, P. L. (2010), Pratiche. Il territorio “è l’uso che se ne fa”, Milano, Franco Angeli
  • De Marchi, B., Pellizzoni, L. e Ungaro, D. (2001), Il rischio ambientale, Bologna, Il Mulino
  • Eder, K. (1990) “The rise and the counter-culture movements against Modernity: Nature as a new field of class struggle” in Theory Culture Society, 7, 21, pp. 21-46
  • Engels F. (1845), “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, in Marx-Engels, Opere Complete, vol. 4, 1991, Roma, Editori Riuniti
  • Funtowicz, S., Ravetz, J. (1993) “Science for the p ost normal age”, in Futures, 25, 7, pp. 739-755
  • Habermas, J. (1986), Teoria dell’agire comunicativo, vol. I, Bologna, Il Mulino
  • Hirschman, A. O., (1975), I progetti di sviluppo, Milano, F. Angeli
  • Irwin, A, (1995), Citizen Science: a study of people, expertise, and sustainable development, Londra, Routledge
  • Leff, E., (2009), Racionalidad Ambiental, Città del Messico, Siglo XXI
  • Martinez Alier, J., (2009), Ecologia dei poveri, Roma, Jaca Book
  • O’Connor J . (1991), “On the first and second contradiction of capitalism”, in Capitalism, Nature, Socialism, n.8, 1991
  • O’Connor J. (1996), Ecologia e Tecnologia, Milano, Il Bolero di Ravel
  • Pellizzoni, L. e Osti, G. (2008), Sociologia dell’ambiente, Bologna, Il Mulino
  • Pellizzoni, L. (2011), Conflitti ambientali, Bologna, Il Mulino
  • Rosanvallon, P. (2006), La politica nell’era della sfiducia, Troina (EN), Città aperta
  • Vasapollo, L. (2011), Dagli Appennini alle Ande, Milano, Jaca Book
  • Zerzan, J. (1999), Against Civilization, Seattle, Uncivilized Books

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